Documenti 2018-07-10T11:04:02+00:00

Documenti relativi a Sentenze e Ordinanze e Approfondimenti su anomalie bancarie


Martingale Risk mette a disposizione dei propri clienti tutta la documentazione utile per poter valutare l’orientamento della giurisprudenza nazionale sulle cause nei confronti delle banche e i relativi approfondimenti in relazione alle anomalie contestate. 

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Documenti e Sentenze

Approfondimenti

SENTENZE o DOCUMENTI RELATIVI AI FINANZIAMENTI


SENTENZE o DOCUMENTI RELATIVI AI CONTI CORRENTI


SENTENZE o DOCUMENTI RELATIVI AI DERIVATI


SENTENZE o DOCUMENTI DI CARATTERE GENERALE


La criticabile gestione di Banca Monte dei Paschi di Siena S.p.A. (“MPS”), da parte dei vertici aziendali, è stata oggetto di specifica attività di vigilanza, sia da parte della CONSOB che di Banca d’Italia a partire dal 2007. Nell’ultimo decennio MPS è stata oggetto di numerose e complesse operazioni societarie che si sono stagliate sullo sfondo di una generale mala gestio a danno degli investitori.

Molteplici gli avvenimenti e le operazioni che hanno, nel tempo, leso l’interesse dei detentori di azioni MPS ed obbligazioni MPS.

Cominciando dall’acquisizione di Banca Antonveneta S.p.A. Come da comunicato MPS dell’8 novembre 2007, l’acquisizione è avvenuta con controparte Banco Santander S.A. per un corrispettivo complessivo pari ad Euro 9 miliardi. Tale operazione era stata successivamente autorizzata da Banca d’Italia il 17 marzo 2008 “condizionatamente alla realizzazione di alcune operazioni di rafforzamento patrimoniale”. A tal proposito, il 21 gennaio 2008, il Consiglio di Amministrazione MPS ha deliberato il finanziamento dell’acquisizione di Antonveneta mediante:

(i) aumento di capitale (“AUC”) in opzione agli azionisti MPS per Euro 5 miliardi;

(ii) operazione denominata “FRESH”, consistente nell’emissione – per ulteriore 1 miliardo di Euro – di azioni sottoscritte da JP Morgan (“JPM”);

(iii) emissione di un pacchetto di obbligazioni subordinate MPS per Euro 2 miliardi;

(iv) finanziamento ponte, nella misura massima di 1,95 miliardi di Euro, la cui copertura sarebbe avvenuta a mezzo della cessione di asset non strategici.

Nei prospetti informativi approvati dalla CONSOB, MPS riportava come costo complessivo per l’acquisizione di Antonveneta 10,1 miliardi di Euro. Nonostante MPS avesse assicurato di aver svolto una attenta verifica circa le principali tematiche contabili, fiscali e legali di Antonveneta, nel 2011 si è vista comunque costretta ad una successiva svalutazione degli avviamenti iscritti a bilancio per circa 4,3 miliardi di Euro, ai quali si sono aggiunti ulteriori 1,3 miliardi di Euro di “svalutazioni e accantonamenti” per i crediti deteriorati (cd NPL – Non performing Loan).

Per quanto riguarda l’operazione sopra descritta, denominata “FRESH”, le conseguenti verifiche effettuate da Banca d’Italia a fine 2008 hanno appurato come tale manovra – messa in atto da MPS – non presentasse caratteristiche idonee alla computazione nel core capital della banca stessa: la tranche da un miliardo di Euro in questione era da considerarsi come debito ‘puro’ e non computabile nel capitale e, di conseguenza,  avrebbe collocato il reale patrimonio di vigilanza di MPS a 7,80% , ben al di sotto dell’allora vigente requisito prudenziale dell’8,00%.  MPS, pertanto, versava già nel 2008 in uno stato di sotto-patrimonializzazione. La comunicazione di MPS di agosto 2008, con la quale segnalava un patrimonio di vigilanza superiore al 9,00%, pertanto, era una palese informativa falsa data al mercato. L’intera operazione “FRESH”, dunque, è costata a MPS quasi 250 milioni di Euro. La CONSOB, a seguito di un’attenta indagine, ha quindi ripetutamente sanzionato MPS nell’aprile 2014.

Le operazioni di cartolarizzazione e cessione del patrimonio immobiliare, note come “Chianti Classico”, sono state un ulteriore elemento che ha consentito a MPS di alterare le voci di bilancio. Falsando nuovamente il set informativo fornito al mercato ed agli investitori in generale, MPS ha infatti iscritto in maniera del tutto ingiustificata una plusvalenza di 405 milioni di Euro nel bilancio 2010. La forzata chiusura di tali operazioni nel 2013, con il riacquisto da parte di MPS degli immobili coinvolti, ha quindi portato la CONSOB a comminare nuove sanzioni per la banca.

Anche le operazioni in strumenti finanziari derivati conosciute con il nome di “Alexandria” e “Santorini”, aventi come controparte di MPS rispettivamente la banca giapponese Nomura e quella tedesca Deutsche Bank, hanno rappresentano un’altra occasione in cui MPS ha fornito una falsa informativa al mercato, attraverso una forzata interpretazione dei principi contabili internazionali. Tale condotta ha permesso di ‘rimandare’ la rilevazione di ingenti perdite, in realtà già presenti in bilancio. L’attività di vigilanza posta in essere ad opera di Banca d’Italia e CONSOB ha fatto emergere, nella revisione del bilancio 2012, la rilevazione di maggiori passività per 737 milioni di Euro.

A margine di quanto sin ora illustrato, l’andamento – tanto economico quanto patrimoniale – di MPS è stato altresì influenzato, da un lato, da una gestione volta ad accrescere l’esposizione in titoli della Repubblica Italiana, dall’altro da un crescente impatto, anche per rinnovate regole prudenziali, della quota dei crediti deteriorati cd NPL.

L’effetto complessivo, come noto, è sfociato in sostanziali perdite ed in susseguenti necessarie patrimonializzazioni.

Con riferimento al primo punto, basti sottolineare come i 4,1 miliardi di Euro di investimenti in titoli di Stato italiani del 2008 siano diventati nel 2012, addirittura, 25,89 miliardi di Euro. Dati CONSOB spiegano come l’aumento di questi investimenti da parte di MPS sia stato assolutamente maggiore rispetto a quello di altre banche italiane quali – in ordine di capitalizzazione – Unicredit, Intesa Sanpaolo ed UBI Banca. Nel bilancio 2010, ad esempio, l’impatto negativo sul patrimonio netto causato dalle tensioni internazionali sui titoli di Stato italiani ha pesato per MPS per 3,7 miliardi di Euro.

Quanto alla gestione dei crediti NPL cd ‘problematici’, le svalutazioni degli importi a bilancio hanno avuto un pesante impatto negativo tra il 2012 e il 2017. Infatti MPS ha contabilizzato circa 24,5 miliardi di Euro di rettifiche su crediti, con il conseguente deficit patrimoniale che ha portato, ad esempio, al necessario aumento di capitale del luglio 2014 per 5 miliardi di Euro.

Come esemplificato dalla stessa CONSOB, mentre dal 2011 al 2016 il sistema bancario italiano – se pur in affanno – registrava una crescita moderata dei crediti deteriorati (dal 11,2% al 17,3%) per MPS questo indice è più che raddoppiato (dal 14,7% al 34,5%).

La conseguenza del peso delle rettifiche a bilancio dei NPL ha costretto MPS a ricorrere ad un nuovo – ulteriore – aumento di capitale da 5 miliardi di Euro. In più, data la sua situazione patrimoniale assolutamente critica, MPS ha dato corso alla conversione forzosa di alcune obbligazioni subordinate in titoli azionari (cd. Burden Sharing). Questa particolare categoria di titoli obbligazionari è stata, oltretutto, comprata da clienti non consapevoli del maggior rischio insito in tale tipologia di titoli.

Il crescente clima di sfiducia sviluppatosi attorno ad MPS ha – tuttavia – compromesso la buona riuscita dell’operazione di aumento di capitale, non permettendo alla banca di raccogliere i necessari capitali da 5 miliardi di Euro.

L’apice del malcontento verso MPS, ha reso necessario l’intervento del Ministero delle Economie e delle Finanze (MEF) nella compagine azionaria MPS. Con un decreto dell’ottobre 2017, il MEF ha riconosciuto ai possessori di alcune delle obbligazioni subordinate oggetto di conversione forzosa in azioni, un ‘rimborso’ pari all’importo originariamente investito mediante lo scambio con strumenti finanziari “senior” e dunque più sicuri. Il coinvolgimento in questi interventi ha portato il MEF fino all’attuale partecipazione del 68,25%.

Tutte le vicende sopra esposte hanno delineato quello che – nelle parole dello stesso Direttore Generale della Consob Dott. Apponi – è apparso come un “quadro di attività fraudolente volte a dissimulare la reale situazione economico-finanziaria dell’Emittente, nonché gli esiti negativi di operazioni poste in essere dall’Emittente.

La Banca ha operato in un quadro gestionale già appesantito da notevoli esposizioni in titoli di Stato e da un significativo deterioramento degli impieghi, circostanze che hanno trovato riscontro in andamenti del titolo costantemente decrescenti e in giudizi di rating di analogo andamento.

MPS, comunque, ha tentato di celare al mercato ed alle Autorità di vigilanza gli effetti di transazioni non riuscite attraverso complesse operazioni di finanza strutturata”.

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Recentemente Veneto Banca e Popolare di Vicenza hanno svalutato il valore delle proprie azioni, producendo una perdita immediata per i risparmiatori che le detengono pari al totale azzeramento delle stesse. I risparmiatori, che hanno così visto sfumare tutti i propri risparmi, hanno come unica opzione quella di rivendere le azioni alle stesse banche, che però non sono tenute necessariamente a ricomprarle.

Martingale Risk è in grado di aiutare i risparmiatori di queste due Banche a recuperare le perdite subìte, facendo leva su una serie di contestazioni di natura tecnica e legale fondate su comportamenti illegittimi adottati dagli intermediari.

Questi comportamenti illegittimi nascono dalle violazioni, compiute dalle banche, delle normative di settore ed in particolare della Direttiva Mifid e del Regolamento Consob 16190, oltre che delle disposizioni generali del codice civile. Le banche non hanno infatti informato i risparmiatori dei rischi connessi all’acquisto di azioni completamente illiquide, in quanto non scambiate su mercati di borsa regolamentati, e vi è stata in generale un’assoluta carenza di trasparenza nelle informazioni divulgate alla clientela.

Martingale Risk permette di recuperare le perdite subìte, a seguito dell’acquisto delle azioni delle due banche Venete, sia attraverso un’azione negoziale che in corso di causa giudiziale, facendo leva sull’accuratezza delle proprie perizie e sulla qualità dei legali convenzionati.

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Le gestioni patrimoniali comportano una serie di pericoli per il cliente che le sottoscrive. Il gestore, che si identifica solitamente con una Banca, ha un’ampia libertà di investimento in quanto, dopo che il cliente decide quali percentuali investire ed in cosa investire, ha la facoltà di operare autonomamente.

Il risparmiatore ha in sostanza poco controllo sull’andamento della gestione, in quanto può disporre solo di un rendiconto trimestrale delle attività. Questi due fattori implicano importanti rischi che molto spesso si traducono in perdite rilevanti per gli investitori.

A questo si aggiungono i costi e le commissioni che le banche trattengono nel corso della gestione, quasi sempre mai comunicate in modo trasparente alla clientela.

I contratti di gestione patrimoniale sono regolamentati dal Reg. Consob 16190 che applica le norme della Direttiva Mifid. Vista la natura particolare del mandato, e tenuto conto dell’importanza dello strumento, è stata disposta una normativa ben dettagliata a tutela del risparmiatore a cui i gestori (SGR, SIM e banche autorizzate) devono attenersi.

Per esperienza possiamo affermare che nella maggior parte dei casi le banche non hanno rispettato integralmente le norme di cui al Reg. Consob 16190, il che conferisce agli investitori il legittimo diritto ad ottenere il rimborso delle perdite in caso di nullità dei contratti, oppure il risarcimento dei danni in caso di inadempimento dell’intermediario.

I costi delle gestioni patrimoniali sono generalmente elevati e fortemente svantaggiosi per i clienti, in quanto prevedono:

  • commissioni di gestione con oscillazioni delle percentuali molto ampie;
  • commissioni pagate sugli stessi fondi in cui la gestione patrimoniale investe;
  • costi fissi che sembrano innocui ma incidono fortemente sulla spesa del risparmiatore.

Le perdite legate a questo tipo di prodotto sono, per la maggior parte dei casi, dovute a comportamenti scorretti ed illegittimi da parte delle banche che operano come gestore.

Le banche spesso non rispettano, per ogni categoria di prodotto, i limiti agli investimenti dettati dalla normativa e dal mandato di gestione sottoscritto con il cliente, oppure adoperano un “effetto leva” maggiore di quello consentito, o ancora investono in strumenti finanziari non ammessi dalla normativa e/o dal mandato.

Molto spesso inoltre le banche non dichiarano al risparmiatore tutti i rischi della gestione, facendogli sottoscrivere prodotti di investimento troppo rischiosi per le sue esigenze e l’ammontare dei suoi risparmi.

Infine, accade che il benchmark della gestione non sia in linea con i reali obiettivi di investimento del risparmiatore o che la gestione patrimoniale abbia sottoperformato il benchmark.

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Nei giorni compresi tra il 12 e il 15 settembre 2008 la banca americana Lehman Brothers annuncia di volersi avvalere della procedura fallimentare Chapter 11, a seguito della quale migliaia di risparmiatori italiani, che avevano sottoscritto obbligazioni Lehman, hanno perso gran parte del loro patrimonio.

Nella maggior parte dei casi, la banca (italiana) che ha collocato le obbligazioni della Lehman Brothers non ha informato i clienti del deprezzamento delle obbligazioni già cominciato negli anni precedenti il 15.9.2008, in alcuni casi pur agendo come advisor del risparmiatore.

Martingale Risk, attraverso l’accuratezza delle proprie perizie, ha spesso dimostrato la scarsa diligenza delle banche collocatrici, permettendo così ai propri clienti di recuperare importi rilevanti sia in sede extra-giudiziale che in contenzioso.

In molti casi si riscontra il mancato rispetto da parte delle banche dell’art.21 del T.U.F., in base al quale gli intermediari devono comportarsi secondo criteri di diligenza, correttezza e trasparenza nei contratti di intermediazione finanziaria.

Inoltre, in base alla Direttiva Mifid ed al Regolamento Consob 16190, le banche devono:

  • classificare il grado di rischiosità dei prodotti finanziari, rispettando il principio di adeguatezza fra le operazioni consigliate ai risparmiatori, tenuto conto del profilo di ciascun cliente;
  • acquisire le informazioni necessarie dai clienti ed operare in modo che essi siano sempre adeguatamente informati;
  • svolgere una gestione indipendente sana e prudente, ed adottare misure idonee a salvaguardare i diritti della clientela.
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Le polizze Index Linked sono polizze assicurative nelle quali il capitale del soggetto assicurato viene investito in obbligazioni strutturate, vale a dire in strumenti finanziari il cui rischio e rendimento dipendono da alcuni indici di mercato quali: tassi di interesse, indici azionari, tassi di cambio, inflazione etc.

Molte polizze di questo tipo hanno purtroppo causato ai sottoscrittori anche la perdita dell’intero capitale investito, a causa della forte rischiosità degli indici sottostanti.

Il problema delle polizze Index Linked risiede molto spesso nel fatto che i risparmi apportati dagli assicurati vengono investiti in obbligazioni il cui capitale non è esplicitamente garantito dalla compagnia assicurativa, ma da un soggetto terzo il quale potrebbe incorrere in fallimento e, pertanto, mettere a rischio il capitale inizialmente investito.

Inoltre, la “trappola” delle polizze Index Linked risiede nella presenza di contratti derivati all’interno degli investimenti attuati dalle compagnie assicurative. La presenza degli strumenti derivati comporta generalmente elevati costi impliciti (occulti) di gestione a carico dell’assicurato, senza che quest’ultimo ne sia consapevole.

La Consob, in una ricerca riportata nel Quaderno di Finanza n.39 di Giugno 2000, esamina una serie di obbligazioni strutturate per le quali emerge che il loro valore teorico sia sistematicamente più basso del prezzo di emissione, per una differenza che varia dal 7 al 22 per cento. Tale differenza di valore rappresenta da una parte il profitto finanziario dell’emittente, dall’altro l’aggravio di rischio al quale risulta esposto il risparmiatore.

Le commissioni occulte addebitate all’acquirente della polizza erodono il capitale investito e quindi riducono il monte di risparmio accantonato nel tempo.

Esempio: si supponga che un assicurato abbia investito Euro 100 in una polizza Index Linked. Di questi Euro 100, 95 vengono utilizzati dal gestore per l’effettivo investimento, mentre 5 vengono trattenuti come profitto per la gestione e per la remunerazione delle banche di investimento dalle quali il gestore acquista i titoli finalizzati all’investimento. Questi 5 Euro prendono il nome di “commissione implicita” o “costo implicito” e rappresentano un costo occulto che viene addebitato all’assicurato al momento della stipula della polizza, senza che ne venga data formale comunicazione al cliente.

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Le nostre perizie supportano gli investitori che hanno subìto perdite in azioni e obbligazioni Italease.

Con riferimento alle azioni e alle obbligazioni, le nostre perizie analizzano i seguenti punti critici in capo alla Italease:

  • analisi delle clausole contrattuali regolanti l’acquisto da parte dell’investitore degli strumenti finanziari;
  • analisi di possibili conflitti di interesse tra emittente e collocatore degli strumenti finanziari;
  • analisi di indici di bilancio e non per comprendere la rischiosità di Banca Italease;
  • analisi degli eventi che hanno comportato il crollo delle azioni di Banca Italease.

Possiamo anticipare come il crollo inaspettato di Banca Italease nel primo semestre 2007 sia imputabile, come evidenziato dai dati di bilancio e dai prezzi di mercato delle azioni, ad un aumento esponenziale dell’esposizione in derivati in capo alla Banca dovuto ad un carente ed inadeguato sistema di pricing e risk management, e non a cause macroeconomiche oppure all’andamento dei mercati finanziari.

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